| La Russia ripete il Niet all’allargamento della Nato, ma apre a un accordo sul disarmo | |
| MAURIZIO MOLINARI (Pubblicato su “La Stampa del 7/4/2008) | |
| SOCI (Russia) «Sistema antimissile globale»: concordando questa definizione George W. Bush e Vladimir Putin hanno gettato le basi negoziali per superare il persistente disaccordo sullo scudo voluto dalla Casa Bianca, nel loro ultimo summit segnato dalla «Strategic Framework Declaration», un testamento politico destinato ai loro successori. Il primo dei quali è il russo Dmitry Medvedev che ha preso parte al vertice in punta di piedi in attesa di insediarsi formalmente come capo di Stato al Cremlino il 7 maggio prossimo. I colloqui nella dacia presidenziale sulle rive del Mar Nero sono stati segnati dall’amicizia fra i due leader, dalle convergenze strategiche, dal disaccordo sull’allargamento della Nato a Est e da un passo avanti verso la soluzione del contenzioso sulla difesa antimissile. L’amicizia personale è trapelata dal linguaggio del corpo – sorrisi, segni di assenso, calorose strette di mano, nostalgia e perfino gli abiti identici indossati dai due presidenti – così come dalla premessa del documento in cui si ribadisce che la «Guerra Fredda è finita» esprimendo la determinazione a costruire «una pace durevole nel rispetto dei diritti umani». Bush si è lamentato del fatto che «abbiamo passato molto tempo a rispondere a chi in America e in Russia pensa ancora che ci sia la Guerra Fredda» e Putin gli ha fatto eco: «Abbiamo gestito l’agenda in maniera da evitare che i disaccordi pregiudicassero le nostre relazioni e questo ha rafforzato l’intera architettura dei rapporti tra i nostri due Paesi». La dichiarazione di Soci illustra questa «architettura»: impegno per un nuovo trattato sul disarmo Start, in sostituzione di quello in scadenza, che dal 2009 riduca le armi nucleari «ai livelli più bassi»; un rinnovato trattato sulle armi convenzionali; la prevenzione della proliferazione delle armi di distruzione di massa; l’Iran potrà avere il nucleare solo a scopi pacifici; guerra al terrorismo; sostegno americano all’entrata tante volte rinviata della Russia nella Wto e nell’Ocse come alla fine delle limitazioni al commercio. Ma la vera novità arriva a pagina 2 del documento e riguarda la difesa antimissile che resta, come dice Putin, «tema di disaccordo». Persistendo le differenze, le due frasi del paragrafo descrivono il passo avanti che è stato compiuto. La prima stabilisce che «entrambe le parti sono interessate a creare un sistema per rispondere a potenziali minacce missilistiche nel quale Stati Uniti, Russia ed Europa partecipino come partner uguali». E’ la genesi di quello che Bush e Putin chiamano «sistema globale di difesa antimissile». Fu il leader russo a proporlo nel luglio dell’anno scorso nel summit di Kennebunkport ed ora diventa un progetto definito: un sistema congiunto Usa-Europa-Russia capace di abbattere missili lanciati da Stati o gruppi terroristi in Medio Oriente. La seconda frase fotografa le differenze e suggerisce come superarle: «La Russia mantiene l’opposizione alle basi Usa in Polonia e Repubblica Ceca e ribadisce le proprie alternative», ma al tempo stesso «apprezza le misure proposte dagli Usa e dichiara che se concordate ed applicate saranno importanti per attenuare le preoccupazioni russe». E’ stato Bush ad illustrare queste «misure» durante i colloqui e Putin ha gradito l’approccio, spiegando che «l’accordo è possibile», ma puntualizzando quali garanzie servono: «Il sistema antimissile deve essere creato e gestito assieme» e «i nostri esperti dovranno essere presenti in maniera permanente nelle basi». La risposta del presidente Usa è stata di apertura: «Comprendo che la Russia vuole essere sicura che il sistema non sarà puntato contro di lei, in tal caso andrebbe incontro a forti spese, ma il sistema a cui pensiamo è ideato per intercettare il lancio di un missile, forse due, non per bloccare eventuali lanci multipli russi». Sull’allargamento ad Est della Nato il disaccordo resta invece marcato: «Portare le ex repubbliche dell’Urss nella Nato è una strategia da Guerra Fredda, meglio sarebbe sviluppare buone relazioni con la Russia» dice Putin, ricordando il detto di Churchill «se non riesci a cambiare approccio è un segno di estremismo». Sarà ora Medvedev a gestire i rapporti con la Casa Bianca. Putin pensa già ad altro: «Se sarò premier del governo russo mi occuperò di questioni sociali». |
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aprile 7, 2008
Bush-Putin, spiraglio
“Tibet indipendente? Figlio del colonialismo” dice Pechino
| La Cina cambia registro nella sua guerra di propaganda e accusa l’eredità storica coloniale di fomentare il separatismo tibetano | |
| di Francesco Sisci (pubblicato su La Stampail 7/4/2008)
Il colonialismo occidentale non è ancora morto in Cina e il suo fantasma continua a popolare gli incubi politici di Pechino. La guerra di propaganda cinese sul Tibet cambia registro in più di un senso e sostiene che le ambizioni attuali di indipendenza del Tibet sono il frutto avvelenato del colonialismo britannico a cavallo tra ‘800 e ‘900. In una dettagliata lezione di storia, pubblicata ieri dall’agenzia ufficiale Xinhua, il professore della Scuola Centrale del Partito Hu Yan ricostruisce le vicende di un periodo che parte dalla fine dell’800 e le cui conseguenze arrivano fino ad oggi. In questi giorni Pechino sta concludendo un contratto con un’agenzia di Pubbliche Relazioni americana per la gestione dell’informazione sul Tibet. Questa è la prima volta che un’agenzia di PR viene coinvolta in una questione politicamente delicata. In ciò la questione storica del Tibet è un elemento cruciale per la definizione dello status attuale. Hu ieri fissava la data di inizio degli interessi britannici in Tibet, e quello dei guai presenti, nel 1875. Allora un traduttore del consolato di Shanghai viene ucciso nelle proteste e la Gran Bretagna estorce in cambio una convenzione che le consente di “visitare ed esplorare” il Tibet. Il Tibet era diventato parte del Grande Gioco che Gran Bretagna e Russia combattevano in Asia centrale, reso possibile dalla debolezza della Cina estrema che in quel periodo era reduce dalla guerra interna contro i Taiping, dove muoiono circa 70 milioni di persone su una popolazione di 400 milioni. Tutti i morti della seconda guerra mondiale non arrivano a 60 milioni. Da lì parte un crescendo di pressioni militari e politiche. Gli inglesi vincono i tibetani, che combattevano per l’impero Qing nel 1888 e gli inglesi ottengono il possesso del Sikkim (ancora oggi in teoria rivendicato dalla Cina) e un mandato coloniale sulla città tibetana di Yadong (Chomo). Nelle stesso periodo i Russi avanzano dal nord, nel moderno Qinghai e qui gli inglesi li precedono sul tempo. Nel 1903 lanciano una spedizione in Tibet, il 3 agosto del 1904 le truppe inglesi conquistano Lhasa e l’allora 13° Dalai Lama, predecessore dell’attuale, fugge in Mongolia. Gli invasori inglesi però non occupano l’altopiano, non lo trasformano in colonia annettendolo al vicino impero coloniale indiano. Le comunicazioni sono impossibili per le montagne impervie e a settembre del 1904 si ritirano. Qui, dice Hu, cambia la strategia degli inglesi e si getta il vero seme dell’attuale movimento indipendentista. Londra capisce che il Tibet è difficile occupare, quindi sviluppa una politica di influenza sull’aristocrazia tibetana, che mira a controllare l’altopiano attraverso di loro. Era quella aristocrazia filo inglese che si oppose alle truppe cinesi nel 1950 e sono i loro discendenti all’estero che oggi alimentano il movimento per l’indipendenza del Tibet. Nella ricostruzione la Cina, per la prima volta nella campagna di propaganda in atto, separa il Dalai Lama, presentato come in linea con gli interessi di Pechino, dalla aristocrazia tibetana. Anche quest’ultima poi viene in qualche modo scusata, perché vittima dei grandi giochi delle potenze coloniali dell’epoca. D’altro canto l’accusa velata, attuale, va al di là dei ribelli tibetani in Cina o in esilio, e punta contro interessi neocoloniali stranieri non meglio precisati. Sono questi che oggi sostengono e sponsorizzano la campagna di informazione all’estero contro la Cina in Tibet, sembra dire Hu, come una volta i colonialisti volevano accaparrarsi pezzi di territorio cinese. Questa accusa trova molta eco tra il pubblico cinese, cresciuto con l’idea del riscatto nazionale contro l’aggressione traditrice delle potenze occidentali occupanti. Improbabile che nei prossimi giorni la stampa cinesi denunci i Paesi occidentali in quanto tali di mire neo colonialiste, ma certo ci potrebbe essere una svolta della macchina di propaganda. I tibetani in esilio sostengono che il Tibet è sempre stato indipendente e non parte della Cina. Ma se così fosse, dice Hu, gli inglesi non avrebbero trattato con Pechino le sorti del Tibet e i tibetani non avrebbero combattuto gli inglesi in difesa dell’invasione della Cina. |
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